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Lavori in corso

  • E’ uscito sul numero di marzo dell’American Journal of Psychiatry l’ultimo lavoro del gruppo McKnight di Stanford, USA, sui fattori di rischio per i disturbi della condotta alimentare.

E’ uno studio longitudinale che ha esaminato il ruolo di alcuni fattori di rischio per i disturbi alimentari durante un periodo di tre anni, in due distretti scolastici: in Arizona e in California. Ragazze tra i 11 e i 14 anni sono state seguite per 4 anni. Al termine del follow-up il 2,9% della popolazione iniziale aveva sviluppato un disturbo alimentare: un caso di bulimia, 26 bulimia nervosa (sindrome parziale), 5 binge-eating disorder.

Gli autori concludono che la ricerca della magrezza corporea e le pressioni sociali, che includono: preoccupazione concernente il peso e il corpo, conformazione ad un ideale di magrezza, preoccupazione per la magrezza all’interno del gruppo di amicizie; sono i fattori piu’ indicativi per l’insorgenza di disturbi dell’alimentazione. Inoltre questi fattori sono stabili nel tempo.

  • E’ in corso da circa un anno uno studio di linkage sull’anoressia nervosa. Lo studio e’ quinquennale e multicentrico ed e’ diretto dal Dr. Kaye.

Verranno studiati soggetti con anoressia nervosa restrittiva e restrittiva-purging e familiari affetti dallo stesso tipo di sindrome anoressica.

Risultati preliminari di uno studio di linkage finanziato dalla "Fondazione Price" finito nel 1999 hanno mostrato una zona di linkage sul cromosoma 1p per soggetti con anoressia restrittiva. Purtroppo il campione era di 37 famiglie, vi e’ dunque la necessita’ di replicare questi risultati.

  • Uno studio randomizzato appena pubblicato sull’ "International journal of eating disorders" sull’efficacia clinica di un trattamento cognitivo-comportamentale di gruppo paragonato ad un trattamento individuale cognitivo-comportamentale per pazienti con bulimia, dimostra l’efficacia di entrambi su diversi parametri clinici.

Nel campione trattato individualmente pero’ una percentuale significativamente maggiore di pazienti non manifestava comportamenti bulimici alla fine del trattamento, anche se questa differenza non era presente a tre a sei mesi di follow-up, indicando una simile efficacia a lungo termine.

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