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Luciana Borsatti, Le indemoniate. Superstizione e scienza medica — Il caso di Verzegnis, Prefazione di Mario Galzigna, con un saggio di Alberto Panza e Salomon Resnik, Edizioni del Confine, Udine 2002, pp. 207, EURO 14,90

[ Per l’acquisto del libro contattare l’Editore: dott. Paolo Foramitti, Via Leopardi 16, 33100 Udine - mailto:confine@adriacom.it - tel./fax: 0432 — 297040 ]

Il mio giudizio su questo libro è che si tratta di un ottimo lavoro, quale raramente capita di trovare nel troppo che si pubblica oggi in Friuli. La ricostruzione degli avvenimenti è accurata, meticolosa, ordinata; l’analisi della diagnosi di isteria - come esplicazione di fenomeni psichici, come modello negativo di comportamento, come riflessione sul femminile, come paradigma dell’alleanza tra potere politico e potere medico - approfondita e stimolante; la biografia intellettuale di Fernando Franzolini, quale ogni biografato o biografando aspirerebbe ad avere; la ricostruzione della vita paesana, in quello scorcio di Ottocento, ricca di dettagli inediti.

Tuttavia, l’autrice palesa più volte la sua scontentezza: i limiti della sua ricerca sono i limiti della documentazione, peraltro spremuta mirabilmente e fino all’ultima goccia; ed altra documentazione, al momento in cui il libro è stato scritto, non c’era.

Così alcune domande restano senza risposta. Perché scoppiò quest’"epidemia"? Da che cosa era sostanziata? Che cosa intendevano dire, e a chi, quelle donne? Perché lo dicevano così?

Credo che all’autrice e a tutti noi piacerebbe ottenere queste risposte. Io, naturalmente, non le ho. Ma credo che, se volessimo saperne di più, sarebbe necessario abbandonare la via diritta e imboccare le vie storte, affrontare i malipassi, e mettersi in malasmans.

1. Questo libro racconta un’"epidemia di istero-demonopatia" che - a Verzegnis, tra il 1878 e il 1879 - colpì chi dice 15, chi 19, chi 20, chi 40 donne. È dunque un libro "di donne"; ma i suoi protagonisti sono quasi soltanto uomini.

Uomini che fanno il maestro, come Antonio Marzona; oppure il sindaco, come Antonio Billiani. Uomini che fanno i preti (onnipresenti): preti-giornalisti - eterodossi come Vogrig, ortodossi come De Bonniot; preti-preti, protagonisti di più o meno miserevoli litigi di bottega, come il parroco D’Orlando, o il parroco Chiabai; preti-detective prudenti e coinvolti, come don Giacomo Paschini o don Antonio Deotto. Uomini che fanno il commissario distrettuale, il prefetto, il deputato, come Pietro Boschetti, Mario Carletti, Giacomo Orsetti; o il presidenti del Consiglio, come Agostino Depretis. Uomini che fanno il medico, come Carlo Del Moro, Antonio Magrini, Giuseppe Chiap - su su, fino ai luminari indiscussi, come Charcot. E, naturalmente, lui, il milzmann, l’ovariotomo, il divulgatore positivo, l’ineffabile Fernando Franzolini.

E tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, a loro volta parlano instancabilmente di donne: del corpo della donna, del suo mitologico utero errante, delle ovaie starters di parossismi e di acquietamenti, delle minori dimensioni del suo cervello, che ne postulano la sottomissione e il disordine; della normalità e dell’anormalità della sua condizione; dell’angelo del focolare e della baldracca da bordello.

Ma di quelle donne, attorno alle quali si incentrano i loro ragionamenti ed i loro pensieri, non sappiamo quasi nulla. E ciò non per singolare distrazione dell’autrice, ma perché proprio questo fu l’isteria nell’Ottocento: un discorso che gli uomini facevano sulle donne (discorsi vischiosi ed estremamente tenaci, che ho sentito ripetere ancora durante la mia infanzia: "Le donne ragionano con l’utero" - diceva il parroco a noi chierichetti, schierati per la funzione di maggio).

Io credo che sia necessario e doveroso restituire a quelle donne una biografia, una data di nascita e di morte, dei legami famigliari e un contorno parentale, una disavventura economica e una lettera ai (o dei) figli, un attestato di "miserabilità" o un passaporto per emigrare, una fotografia ed una lapide - affinché ritornino ad essere quello che erano (o almeno l’ombra di quello che erano): a Margherita Vidusson e a Maria Da Pozzo, a Caterina Fior e a Caterina Deotto, a Maria Marzona, a Lucia Chialina, e alla bella e ispirata Veronica Paschini.

E alle altre, cui sarà necessario restituire persino il nome: ad esempio, alle 17 poverette caricate sul carro dei carabinieri e internate all’Ospedale di Udine nell’aprile 1879.

Ciò si può fare, oggi che gli archivi di prefettura, provincia, ospedale civile, ospedale psichiatrico sono finalmente a disposizione degli studiosi.

Ciò si può fare, meglio ancora, utilizzando i procedimenti della demografia storica - non la demografia storica quantitativa, sulla quale già esistono rilievi anche dettagliati e anche per Verzegnis (in parte pubblicati, in parte inediti) - ma con i metodi della demografia storica qualitativa, con la ricostruzione delle famiglie, con i profili biografici. Ciò permetterebbe anche di sfatare uno dei luoghi comuni su cui Franzolini costruì la sua diagnosi, dato anch’esso tenace e vischioso, inverificato ma minacciosamente incombente: la frequenza dei matrimoni fra parenti - da cui discenderebbero quei tralignamenti della razza - che invece tutte le indagini sinora fatte escludono categoricamente.

2. I riti, le consuetudini, le "credenze" di una persona, o di un gruppo di persone, sono un complesso sitema di simboli e di rappresentazioni da decifrare, sono un "sistema di pensiero" da decodificare, coerente (o incoerente), in via di disfacimento o di ri-costruzione, che ha già sopportato la perdita della significanza, o - al contrario - la mantiene ancora intatta e perspicua. Analizziamo due brevi passi.

Il primo è un’affermazione di Franzolini: "Il sistema nervoso, tenuto solo in attività, procaccia a sé quasi esclusivamente gli elementi nutritivi che il sangue fornisce, e aggiunge per tal guisa un certo predominio materiale alla propria predominanza funzionale: i centri senzienti rinforzano d’avvantaggio l’azione loro, reagendo con intensità morbosa sui centri motori ed intellettuali" (sono parole in libertà, che oggi nessun neurologo sottoscriverebbe).

Il secondo è ancora di Franzolini, ma riferito ad un "gagliardo accesso" isterico di una di quelle donne, Lucia Chialina: "Se eccitata da interrogazioni, parlava in terza persona, concitata e con sgarbo, dando nozioni sul diavolo che diceva di tenersi in corpo, cui designava l’appellativo di Sior Tita e che diceva venuto dai pressi di Cividale, ove aveva da mesi abbandonato analogo domicilio per entrare nel suo corpo".

Ambedue queste affermazioni rimandano a credenze da decifrare - a credenze "culte", quella di Franzolini; a credenze popolari, quella di Lucia Chialina.

Il "sistema di pensiero" di Franzolini — che non è oggettivo, ed eternamente valido, ma al contrario strettamente legato al suo tempo, alla sua cultura e perfino ai suoi personali pregiudizi - è stato decodificato splendidamente, nei capitoli terzo e quarto del libro di Luciana Borsatti.

Ma: e il "sistema di pensiero" di quelle donne? (poiché anche loro ne avevano uno). Ho letto su Verzegnis tutto quello che si poteva leggere. Il materiale etnografico è inconsistente: cinque favole in tutto e una raccoltina di proverbi. Urge recuperare il patrimonio di racconti, detti, di fatti tramandati, prima che esso definitivamente sprofondi. Certo, il "Sior Tita di Cividale" che abitava Lucia Chialina si può recuperare attraverso l’analisi della narrativa popolare di altre zone limitrofe.

Asmodeo, Bose, Bello, Lucio Bello, Lucibello; e poi: Boborosso, Barba Sucon, Barba Cosson, Barba Burù, Bècul, Maracut, Maruf, Boòtin, Badalic, Mitis, Micul, Galafar... sono i nomi dei diavoli che abitano gli innumeri personaggi che li invocano a un incrocio di sentieri, che con lui hanno rapporti sessuali, incubi o succubi, che con lui stringono un patto (giovinezza, o salute, o soldi contro l’anima): il patto è scritto, col sangue del dito o del mestruo, talvolta il viglietto si conserva. E una volta giunti al malpasso, il diavolo non ti abbandona più. E i sintomi?

I sintomi di Margherita Vidusson sono - secondo Franzolini - "bolo isterico, gastralgie intercorrenti, appetiti capricciosi, melanconie e pianti senza motivo, qualche deliquio di tanto in tanto".

Ma ecco: "And’era una fantata di disevot agns. A leva jù in taviela cul mus. Ma una femina - una stria - ai à fat di motu: la fantata a à vût un travâs di sanc. A veva di lâ in taviela a fâ penons: ben, a no è stada buina di fâ nuja... A torna a cjasa: nuja mangjâ. Né ch’a mangjava né ch’a durmiva...".

Si tratta degli stessi sintomi cui sono stati dati nomi differenti, oppure si tratta di un adeguamento al modello: per esprimere il disagio della possessione e dello stregamento, ci si deve comportare così? E i gesti?

Quei contorcimenti, quegli strepiti, quelle smanie, quegli ululati e voci di bestie, quelle bestemmie e sconcezze al rintocco delle campane, con cui le donne esprimevano il loro disagio e il loro dolore, donde derivavano, come erano stati appresi, quale sequenza rispettavano (se ne rispettavano una)?

Qui da noi, fino alla prima guerra mondiale certamente (ma anche dopo), i riti funebri - dalla vestizione del morto, alla veglia, al corteo, al banchetto - erano costantemente accompagnati da donne (las vaiotas) che avevano il compito di piangere ritualmente lo scomparso. Las vaiotas si strappavano i capelli, si graffiavano il volto, si battevano il petto, si contorcevano, prorompevano in urla e grida, cantilenavano gli elogi del defunto Innumerevoli divieti ecclesiastici testimoniano la persistenza di questa usanza. "Settimo: che li morti non si pianghino... in Chiesa, perché con loro ululati gridi disturbino li sacerdoti..." (1605). "Mulieres in agenda Mortuorum in ecclesijs ipsis clamant, vana et indecentia verba proferentes. Dum pulsantur campanae pro defunctis quaedam mulieres continuo signant cadavera, imponendo in manibus Defunctorum candelam denario affixo..." (1606). E davvero numerosi altri esempi.

"Con loro ululati gridi"; "Vana et indecentia verba"; "Dum pulsantur campanae"...Forse, è proprio dalle donne deputate all’espressione del dolore rituale che le "isterodemonopatiche" di Verzegnis avevano imparato ad esprimere il loro dolore privato (o qualunque cosa fosse ciò che dovevano esprimere). E forse - più che in termini di "contagio", come ebbe a "diagnosticare" il dottor Franzolini - il numero via via crescente (?) di donne implicate, va letto in termini di com-passione, di com-pianto, di con-divisione, in un villaggio in cui veniva condiviso tutto, dalla terra al lavoro (las comugnas e i plovits), dall’onore all’identità, dove bambini e giovani (la mularìa e la gioventût, si noti il nome collettivo) erano il futuro del paese, non della singola famiglia, come i morti (i nestis muarts) ne erano il passato e la radice.

3. Noi apprendiamo le credenze di Lucia Chialina dagli scritti di Franzolini, e non viceversa. Chiunque abbia lavorato sui processi dell’Inquisizione sa che non si possono ricavare direttamente le credenze o le idee di luterani, libertini, benandanti, streghe dai verbali di quei processi. E’ necessario oltrepassare (e squarciare) il filtro costituito dalla cultura giuridica, dal sistema procedurale, dall’urgenza politica, dalla curiosità e simpatia o dall’incomprensione e disprezzo degli inquisitori.

La relazione di Franzolini va considerata, ad ogni effetto, come un documento storico, da trattare con tutte le cautele con cui leggiamo i processi inquisitoriali; in più, il filtro è spesso, opaco, apodittico, conchiuso; sulle credenze popolari si può ricavarne solo quanto la Borsatti ne ha ricavato.

Perciò, ancora una volta, dobbiamo rivolgerci ad un altro tipo di documento, anch’esso difficile da maneggiare: la memoria orale degli avvenimenti.

La memoria orale è stata poco tentata — almeno qui a Verzegnis: so che esistono testimonianze, raccolte quando ancora era possibile farlo (nell’ottobre 1985), dalla signora Alba Marzona a Villa e dal signor Giacomo Deotto a Chiaicis. Nel 1980 gli scolari hanno intervistato Santa Vidussoni, sposata Deotto, che allora aveva 65 anni: "Di mia mamma... ho molti ricordi e ciò che mi è ben vivo nella mente... sono i racconti di persone indemoniate che parlavano lingue straniere in chiesa, al momento della consacrazione. Noi sorelle non volevamo crederle, ma lei ci diceva di credere, perché di quei fatti strani era stata testimone oculare".

Sono ricordi di ricordi, relitti di obliterazioni. Ma dagli "scarti" possono venire talora sorprendenti illuminazioni. Al centro di questo, ad esempio, ci sono "le persone ... che parlavano lingue straniere in chiesa", e la meraviglia stava nel farlo in chiesa, "al momento della consacrazione", perché nel quotidiano quei bambini già mescolavano al loro dialetto i termini tecnici dei boscaioli, fornaciai, muratori bavaresi, ungheresi, rumeni, già dicevano bauf! e blec e scinas e befèl e lasinpon...

Né dobbiamo farci intimidire dai metodi inusuali, dagli accostamenti spregiudicati, dalla comparazione delle omologie, dall’analisi delle metafore, derivabili dai procedimenti più raffinati della psicologia; o - più rozzamente, come me - dalle estensioni analogiche dell’esperienza.

Se ciascuno di noi è stato preda della "possessione amorosa", se ciascuno di noi è stato abitato (con gaudio o con dolore, con rimorso o con rancore) dalla presenza di chi non è più qui o di chi non c’è più, perché non ammettere che anche Margherita Vidusson o Lucia Chialina siano state possedute, si siano trovate abitate dalla presenza (o dall’assenza) di qualcuno? I nomi che oggi io do, che a quel tempo loro dettero, a queste presenze sono soltanto dettagli: hanno a che fare col mio impianto razionalistico, col loro impianto mitico.

A chissà quanti tra noi, accade di parlare "da soli", ad alta voce. A me succede, talvolta, quando guido. Ma in realtà, io non parlo "da solo": io discuto con un interlocutore che non siede accanto a me, ma che ho appena lasciato ancora addormentato a letto, o che mi ha lasciato per sempre in cimitero, o che ho cancellato dalla mia vita e, improvvisamente riemerso, torna a dirmi le sue ragioni su un fatto ormai lontano, su un diverbio concluso...

Che differenza c’è con Maria Da Pozzo o con Veronica Paschini? Certo, io so che quel parlare "ad alta voce" non è vero colloquio, che quell’interlocutore non è reale, e che sta dentro di me. Ma, appunto: "dentro".

La differenza sembrerebbe questa: è "normale" ritenere quell’interlocutore irreale, collocarlo nel mio cervello; è "patologico" ritenerlo reale e collocarlo nel mio cuore o nel mio ventre.

Ma quanto irreale, e quanto invece reale, se mi fa parlare ad alta voce e gesticolare e rischiare un incidente?

Ben poco separa un razionale e mediamente equilibrato medico dell’anno 2002 da una donna di Verzegnis di centovent’anni fa.

4. C’è naturalmente, e resta, il problema del potere. Giustamente, il sottotitolo di questo libro recita: "Superstizione e scienza medica". Così Franzolini definiva la popolazione di Verzegnis: "patentemente credula, superstiziosa, immaginosa nel senso meno lusinghiero dell’espressione… lungi assai dallo svincolarsi dalle pastoie di una crassa ignoranza e di false credenze religiose". Superstizione è il termine con cui il vincitore designa la fede dello sconfitto, che lo sconfitto ancora si ostina a praticare. Dopo Costantino, sono superstizioni tutti i riti e i miti non cristiani. Pier Paolo Vergerio, convertito alla Riforma, pubblica decine di libelli contro le superstizioni papiste. I Conquistadores chiamano superstizioni i riti incaici o aztechi. I padri giansenisti illuminati conducono una lotta senza quartiere contro le sregolate devozioni del popolo cristiano, le superstizioni, appunto: bastino i nomi di Muratori e di Pietro Verri. Gli scientisti positivi dell’Ottocento — Franzolini compreso - bollano di superstizione l’intera pratica religiosa. Ma gli psichiatri psicodinamici di oggi — non ho dubbi — certamente pensano che le credenze e le pratiche di Franzolini e di Charcot fossero superstizione (oppure tra galantuomini non ci urta?).

Dietro la pratica psichiatrica odierna c’è un consensus scientifico e una legge dello Stato. Ma anche accanto e dietro le stupidaggini che Franzolini diceva con tanta sicumera, c’erano tutt’intera la Società di Freniatria (plaudente), i carabinieri, il delegato distrettuale, il prefetto, il ministro. Dietro quelle donne, non c’era altro che una piccola disarmata comunità alpina.

Bisognerà ripensare a questo ogni volta che ascolteremo quelle voci, turgide e roboanti, che affermano che in Italia la "malattia mentale" è stata abolita per legge, e propongono - come misura di comune buonsenso, violentato da ideologi estremisti - la (contro)riforma della legge Basaglia e la riapertura dei manicomi (oltre che dei casini, beneinteso): semmai, per legge, è stato abolito il legame tra il "compasso-di-Weber" di Franzolini e le manette dei carabinieri, tra la camicia di forza e il timbro del delegato distrettuale, o prefetto, o ministro, che ne costituivano il braccio operativo e la mente ispiratrice.

Ma di questo, ovviamente, c’è da andar fieri; e quelle recisioni sono semmai da moltiplicare.

5. E rimane il problema della "medicalizzazione", cioè della progressiva annessione di ogni atto o fase della vita umana, dalla nascita alla morte al dolore (ogni tipo di dolore), alla "scienza" e alla "competenza" del medico - peggio, all’intervento del medico - che era cominciata con la "Polizia Medica" di Johann Peter Frank, si era estesa con la scienza positiva, e impera tutt’ora. La "scienza" e la "competenza" si sono fondate e si fondano su ipotesi transeunti; ma, al contrario, gli interventi sono ben permanenti.

Luciana Borsatti racconta dettagliatamente che Franzolini (e altri con lui) curava le "frenosi isteriche" con l’asportazione delle ovaie; e questa mania di interventi mutilanti fondati su ipotesi indimostrate, indimostrabili, o dimostrabilmente sbagliate, è proseguita per molto tempo, e prosegue a tutt’oggi: si pensi a quella vera ecatombe di tonsille infantili cadute tra il 1955 e il 1970, nella prospettiva di eradicare il R.A.A.; oppure al tentativo di introdurre in Italia l’appendicectomia preventiva (siccome prima o poi l’appendice si infiamma, tanto vale toglierla subito); si pensi alla voga delle lobotomie prefrontali o degli elettroshock; si pensi alla MBD, che avrebbe dovuto "spiegare" i bambini iperattivi, e giustificare il valium con cui li si rimpinzava; fino alle episiotomie che oggi si praticano alla grande.

Io - ma credo tutti noi - preferisco di gran lunga i rimedi popolari (un buon esorcismo magari, forse inefficace ma certo innocuo), ai rimedi proposti ed attuati da Franzolini. Preferisco una prudenza molto simile all’immobilità; e andar dal medico il meno possibile.

6. Come vedete, non ho raccontato per esteso il lavoro di Luciana Borsatti. Ho però esplorato gli interstizi del suo libro, di cui le siamo tutti grati. Vorrei che le pagine che l’autrice ci ha regalato impregnassero - e poi partorissero - l’altro libro che già contengono: non è forse il miglior destino dei libri quello di procreare altri libri?

Allora, forse, il dittico ci restituirà la storia totale: la sola che - ci illudiamo — potrebbe soddisfarci.

GIORGIO FERIGO

mailto:dipto@ass3.sanita.fvg.it

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