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SULLA SPECIFICITA’ DELLO PSICODRAMMA PSICOANALITICO NELL'ISTITUZIONE: riflessioni ed esperienze in una Comunità Terapeutica Psichiatrica

di Monica Acquasanta

 

 

 

INTRODUZIONE

Nel corso di sei anni di conduzione continuativa di un gruppo di Psicodramma, all’interno di una comunità terapeutica per persone affette da patologia psichiatrica, attraverso varie definizioni di metodo e con l’aiuto di un ciclo di supervisioni, mi si è venuto a delineare un campo di osservazione complesso, carico di peculiarità e potenzialità.

Il seguente lavoro si organizza a partire da una premessa storico-culturale, per poi passare, attraverso un contributo teorico, ad aspetti più tecnici. Due sono i vertici di osservazione, uno che guarda al contesto comunitario e alla sua forte ed ineludibile incidenza, l’altro ai movimenti transferali e controtransferali, ai bisogni e alle possibilità che i singoli partecipanti rendono leggibili nel lavoro della drammatizzazione.

Lo psicodramma, all’interno di una comunità, è influenzato da vari aspetti che ne amplificano la complessità, rendendo spesso improponibile la lettura nell’hic et nunc della seduta, pena la perdita di una piena ricchezza comunicativa e conoscitiva.

L’esigenza di una capacità di osservazione elastica e "fluttuante", la ricerca di un senso mai dato a priori, diventano presupposti di metodo per chi conduce il gruppo.

Lo spazio dello psicodramma registra ed amplifica i movimenti emotivi del contesto comunitario e allo stesso tempo favorisce l’espressione di contenuti intra-psichici individuali permettendo percorsi di elaborazione e trasformazione gruppale ed individuale.

SULLE ORIGINI

Più che per altre forme d’espressione artistica si ritiene che nella rappresentazione teatrale, attraverso l’identificazione con i personaggi che agiscono quella tale vicenda, si possano coniugare la conoscenza del reale con la conoscenza emotiva di sé.

Pensando alla tragedia greca classica (tragedia lett. "canto del capro") che vedeva in scena re, principi e personaggi mitici, possiamo, in effetti, renderci conto come questa traducesse alcune fondazioni psicologiche dell’uomo.

Da un lato suscitava, attraverso vicende per lo più luttuose, di grande impatto emotivo, un intenso coinvolgimento con finalità catartiche e liberatorie; dall’altro permetteva una sorta d’alfabetizzazione mitologica e spirituale (funzione non diversamente svolta dai cicli musivi, a fresco o a bassorilievo, medioevali o ancora precedenti, che si proponevano la diffusione della conoscenza dottrinale e spirituale anche alle classi che non avevano accesso alla conoscenza scritta).

Inoltre, alla conoscenza di personaggi, spesso sovraumani, che popolavano l’immaginario spirituale dell’epoca, si sommava la conoscenza del mito, rappresentativo delle più inconsce e costitutive dinamiche relazionali dell’uomo.

Sappiamo, infatti, quanto la psicoanalisi, con Freud stesso, abbia attinto al mito e alla tragedia classica per indagare e svelare movimenti inconsci che hanno dato un contributo fondamentale alla formulazione della teoria delle pulsioni.

Ci basti pensare, fra gli altri, al Mito d’Edipo e d’Elettra che prendono appunto il nome da omonime tragedie di Sofocle.

Al sacrificio e all’offerta del sangue del capro, che caratterizzava i riti propiziatori più antichi si sostituisce, nelle tragedie, il sacrificio dell’anima, straziata dalla perdita e dal dolore, secondo un percorso che sposta l’attenzione e il pensiero dell’uomo dal ritmo e dal dominio della natura, verso nuovi traguardi di conoscenza.

Si rendono esprimibili e a tutti comprensibili quesiti universali: quali forme trascendenti, quali forze tracciano il destino dell’uomo? Quali sentimenti e bisogni animano gli individui? Qual è il loro senso e la loro possibilità tra il divino e l’umano? è il cielo o il cuore che muove Ulisse?

Possiamo quindi individuare in queste forme d’arte alcuni elementi svelativi inconsci la cui possibilità di sviluppare forme di conoscenza complesse, può condurre, attraverso l’identificazione emotiva e la conoscenza di sé, ad una funzione terapeutica.

Nel corso del tempo, in età illuministica, con l’evolversi dei bisogni e dei riferimenti culturali, nasce il dramma.

La parola, d’origine greca, si costituisce da verbo drama (lett. "idea di lavoro") il cui significato originario è: agisco, servo, ma anche porto a termine e secondo alcuni autori colui che operò, il colpevole, l’uccisore. Il derivato definiva l’azione, il fatto, ma anche il negozio, lo scambio…

Il dramma nasce come "commedia seria" o, secondo alcuni, come "tragedia" borghese".

Si propone la rappresentazione di una vicenda umana non straordinaria, non accentuata nei toni eroici, come espressione, non tanto dei problemi dell’uomo in astratto e dell’uomo eterno, quanto dei problemi dell’uomo che vive concretamente nell’età moderna.

Questa sintetica premessa mi è parsa utile a descrivere meglio un aspetto del tragitto storico e culturale che ha portato alla definizione di un modello specifico di cura, che ha preso il nome di psicodramma. Ma anche a trarne qualche indicazione circa alcune specifiche caratteristiche che ne favoriscono la terapeuticità.

DALLE ORIGINI ALLA TEORIA

Come abbiamo visto è da sempre una necessità dell’uomo individuare uno spazio scenico per evocare, rappresentare, rappresentarsi.

Uno spazio di comunicazione che implica mutualità, reciprocità e pathos.

In altre parole, un setting espressivo che permetta di accedere a conoscenze complesse.

In ogni storia sceneggiata o personale, nel modo di raccontare o raccontarsi, si confrontano e si confondono contenuti manifesti (la vicenda) e contenuti latenti (il senso). Sono questi ultimi ad imporne la coloritura emotiva, arricchendo l’azione rappresentata di significati che possono essere percepiti, compresi e restituiti.

Nella sua concezione originaria, di cui siamo debitori a Moreno (1922) lo Psicodramma è concepito come una tecnica che mira ad ottenere l’attualizzazione dei conflitti inconsci, per mezzo della recitazione di un’azione scenica.

Il paziente è il "protagonista" della vicenda e gli altri partecipanti assumono il ruolo di personaggi, "Io ausiliari", che possono esprimere aspetti parziali della sua personalità e della sua storia davanti ad un terapeuta che diventa il "regista".

Il "palcoscenico" rappresenta la parte centrale del teatro di psicodramma e diviene lo spazio che facilita negli individui l’espressione spontanea del loro mondo interiore. Uno spazio che non è quello asettico e neutrale delle classiche psicoterapie verbali, ma uno spazio dove l’agire diventa l’elemento centrale e dove le persone possono manifestarsi nei loro aspetti psichici e corporei.

L’azione terapeutica è conclusa dalla fase catartica.

Tutti, comunque, pongono al centro del loro pensiero, la necessità e la possibilità umana di darsi sollievo, di ottenere la liberazione dal male del corpo e dell’anima, cosa che per Aristotele sembra definirsi in una vera e propria indicazione di metodo per noi attualissima.

 

A partire dagli anni ’50 tale tecnica è stata utilizzata anche all’interno di una cornice psicoanalitica, soprattutto in Francia ,dove in breve tempo si trasforma attraverso l’elaborazione e l’nterpretazione di analisti e psicologi di varia formazione tra i quali ricordiamo G. Monod, A.A. Schutzemberger, E. e P. Lemoine, D. Anzieu, ecc.ecc.

 

LA CLINICA: terapeuticità dello psicodramma psicoanalitico

L’attività psicodrammatica è facilmente paragonata al teatro.

Capita sovente di sentirmi chiedere un parere di idoneità circa un tale paziente da inserire in gruppo di recitazione.

Ma proviamo a capire perché queste due attività non possono essere considerate così sovrapponibili.

La parola teatro, di origine greca ("theatron"), significa letteralmente luogo per vedere: uno spazio organizzato affinché alcuni vedano altri. In altre parole presuppone un pubblico esterno che osserva, commovendosi, divertendosi o magari indignandosi, comunque sia, esponendosi alle emozioni di una vicenda messa in scena da altri.

Nel nostro "theatron" non c’è distanza tra l’osservatore e l’osservato e ciò che si guarda è "dentro", è un’azione dell’anima.

Mi sento, ancora una volta, autorizzato a scomodare questa categoria facendo riferimento all’etimologia stessa della parola che definisce la nostra tecnica.

Psicodramma deriva dalle parole greche: "Psykhè e drama", ovvero "anima in azione".

Ma quali attori si muovono sulla scena?

Continuando a farci aiutare dalla etimologia potremmo trarre utili suggestioni.

La parola attore deriva dal greco "hypocrites" (lett. interlocutore) che definiva colui che interloquiva, rispondeva al coro. A noi è rimasta in uso l’accezione più volgare della parola, intesa a definire una caratteristica al negativo della personalità, mentre allora e in quel contesto, indicava l’individuo a due facce, colui che fingeva ciò che non era, poiché indossava la maschera prima di mostrarsi al pubblico. Prima, cioè, di varcare la scena, (skene: lett. tenda), che separava il prima e il dopo, che indicava il luogo della trasformazione, del passaggio dalla realtà alla finzione, dal vero al verisimile, dall’umano all’universale. Ma anche il luogo ove le cose si differenziano dall’indistinto, per acquisire sostanza, fisica ed emotiva, nel senso dell’azione narrata.

I nostri attori non hanno un pubblico, non hanno una tenda dietro la quale travestirsi, non hanno nemmeno un copione da studiare o una platea da sedurre.

Non potrebbe essere diversamente. Coloro che partecipano al lavoro dello psicodramma mettono in gioco la propria intimità, esprimendo parti differenziate del proprio Sé, che mescolano, in una personale visione del mondo, conscio ed inconscio, passato e presente.

Eppure anche loro indossano una maschera, quella del personaggio che si è tratteggiato nella elaborazione comune di una storia e che si materializza nella sua rappresentazione. Non più, tuttavia, come maschera che nasconde un volto, ma piuttosto nel senso che i latini attribuivano alla parola: persona, da cui deriva il termine personalità. Vale a dire ciò che definisce quanto di più reale, esprimibile e riconoscibile, caratterizza l’individuo.

Dobbiamo chiederci, adesso, quali sono i bisogni che vengono soddisfatti attraverso una tecnica di questo tipo, da parte di chi vi partecipa.

La risposta più naturale ci potrebbe far dire: un bisogno di cura, di sollevarsi dal "male" di una sofferenza che produce un impedimento all’Essere, all’Esserci, uno smarrimento del Senso, un’inquietudine dell’Anima.

Il bisogno dei nostri pazienti, diventa, allora, il bisogno di esprimere una parte di sé, in un contesto in cui sia possibile dare senso all’inconsapevole, all’indistinto, rappresentandolo per renderlo pensabile.

Ed è qui che si compie il lavoro del terapeuta: nel luogo mentale dell’incontro. Lo scambio (d’altronde abbiamo già visto come il significato di dramma si rifà anche al concetto di negozio, scambio) è lo spazio ove si forma la conoscenza, dove le cose possono rinnovarsi e trasformarsi grazie ad una differente attribuzione di valore, grazie allo sguardo di altri occhi e ad altre parole per dirle. Potremmo quindi dire che la terapeuticità dello psicodramma si compie nella costruzione comune di un’esperienza significativa, decifrabile, che acquisisce senso attraverso la restituzione del terapeuta ed efficacia conoscitiva per l’intensa attivazione emotiva che il contesto favorisce.

Lo psicodramma, all’interno del quale viene giocata la rappresentazione scenica, può essere definito un luogo "differenziato", al quale si accede attraverso l’assunzione di ruoli concordati.

Mi pare possa essere utile, al fine di figurarsi l’esperienza dalla quale sono tratte queste considerazioni, focalizzare l’attenzione su alcuni elementi costitutivi che vi interagiscono.

Anzitutto il TEMPO, elemento che nel nostro psicodramma assume significati particolari.

Sappiamo come il tempo di ognuno si componga dei molti tempi della propria storia.

Nelle nostre scelte si attualizzano antichi apprendimenti che, in modo perlopiù inconsapevole e nascosto, ci inducono a rappresentare sempre un analogo copione. Il tempo delle nostre esperienze costitutive si ripropone nel tempo di ciò che immaginiamo ed agiamo.

Così, nello psicodramma che si svolge in Comunità, il tempo della rappresentazione, all’interno del tempo della comunità, accoglie il tempo della storia di ognuno.

Trattandosi di pazienti affetti da patologia grave (psicosi e disturbi della personalità) nel nostro psicodramma le scene che si drammatizzano fanno riferimento a costruzioni immaginarie e nel raccontare la storia i partecipanti hanno la consegna di immaginare il contesto entro cui si svolge, di delinearne i personaggi e la vicenda nella quale agiranno.

Ognuno espone il suo frammento e la storia finale rappresenta un insieme comune, che non è la storia di uno ma la storia di quel gruppo, nell’hic et nunc di quel momento in quel contesto.

Ma è anche qualcosa di più. Lo spazio immaginario rende possibile figurare ogni storia e le nostre sono spesso accidentate fosche e mortali.

Il dolore della malattia e della cura, la persecuzione del delirio, lo strazio della frammentazione, vengono rappresentati attraverso vicende spesso terrifiche.

L’immaginazione va al di là, costruisce possibilità impossibili.

Ci si immerge in vicende tanto più cupe, quanto peggiore è l’atmosfera della comunità.

Ma c’è una fine, un ritorno.

Anche il paziente più spaventato può sperimentare l’ebbrezza di spingere la sua paura oltre il limite, agirla, per poi rientrare nel ventre protettivo del gruppo, per osservarla e discuterne. Il gruppo diviene così, nel nostro psicodramma, il vero protagonista. Dopo la costruzione immaginaria della storia si passa alla scelta del ruolo da rappresentare e finalmente, alla scena giocata.

Dopo ogni rappresentazione ogni partecipante toglie "la maschera", la personalità assunta ed espressa nel dramma e partecipa come "altra persona", come spettatore di sé, alla ricerca di un senso.

Il gruppo non da risposte ma apre nuovi interrogativi, restituendo a ciascuno il potere e la libertà di concorrere e contribuire alla costruzione di una consapevolezza intesa, possiamo azzardare, come un’opera creativa a più menti.

Esaminiamo ora l’elemento "spazio" all’interno del nostro psicodramma.

Si è parlato, prima, di spazio differenziato. E’ uno spazio, infatti, che ha peculiarità proprie che vanno considerate attentamente.

Il nostro gruppo si riunisce nella palestra della struttura, luogo che, per collocazione e connotazione, costituisce un setting fortemente improntato.

Come in un gioco di scatole cinesi il "luogo dell’anima" trova accoglienza in un luogo fisico definito, la palestra, all’interno del luogo di tutti i luoghi: la comunità.

Si tratta di una condizione privilegiata per cogliere la straordinaria sensibilità fantasmatica del gruppo rispetto alle condizioni ambientali nelle quali trova modo di esprimersi.

Le osservazioni che ho riportato sul tempo e sullo spazio, aiutano a comprendere quanto le caratteristiche di queste coordinate possano influenzare la traslazione.

Infatti, alle proiezioni transferali individuali, che ogni singolo partecipante può riversare sul terapeuta (transfert verticale) e sugli altri componenti del gruppo (transfert laterali), spesso si affiancano, quando non sono lo scenario stesso delle prime, quelle che il gruppo, in modo più o meno sintonico, esprime a partire dalle emozioni che la comunità stessa sollecita (transfert istituzionale).

In altre parole, in un gruppo di psicodramma svolto all’interno di una C.T., si possono attualizzare e rappresentare non solo le modalità relazionali dei pazienti, attraverso il trasferimento inconscio del loro specifico vissuto sulla figura "significativa" del terapeuta, ma anche movimenti transferali sollecitati dalla comunità in quanto istituzione.

Questo secondo aspetto transferale va tenuto in particolare considerazione potendo rivelarsi un prezioso strumento o viceversa un impedimento che potrebbe paralizzare il lavoro del gruppo.

 

TRANSFERT ISTITUZIONALE E CONTROTRANSFERT

Il transfert istituzionale si può manifestare attraverso il costante riferimento a temi e questioni della vita comunitaria e dell’equipe curante, in tal senso può essere interpretato come una forma di impossibilità del gruppo a mantenere una identità stabile e distinta dalla dipendenza dell’istituzione. Esempio clinico n.1:

Nella mattinata, un paziente arrivato da pochi giorni, aggredisce, senza che nulla potesse farlo prevedere, in una crisi allucinatoria, un altro ospite.

All’inizio dell’attività psicodrammatica, svolta nel pomeriggio, si ha l’impressione che i fatti precedenti non interferiscano sull’andamento del lavoro.

Le consegne tecniche vengono rispettate con ordine, in un clima emotivo apparentemente disteso.

Ecco la narrazione del gruppo:

"Un delfino si avventura oltre la barriera corallina, affrontando il grande mare.

Incontra uno squalo che gli offre la sua amicizia.

I due iniziano a giocare con grande piacere ed eccitazione.

Da una barca di passaggio un uomo cade in acqua.

Lo squalo, nonostante il delfino tenti di dissuaderlo, abbandona il gioco.

Il delfino atterrito, incredulo e deluso lo vede allontanarsi.

Lo squalo si dirige verso il naufrago e lo aggredisce mozzandogli una gamba."

Questa storia non può che riportare il gruppo e la terapeuta all’episodio accaduto poche ore prima.

Si potrebbe dire che in seduta il gruppo abbia subito una regressione maligna.

I movimenti pulsionali più arcaici hanno preso il sopravvento sull’alleanza terapeutica. Sono animali i protagonisti di questa storia. Non c’è parola, non c’è ragione.

Tutto si svolge ad un livello primitivo, quando l’azione non è pensata ma agita secondo bisogni primari.

E’ forse anche un messaggio quello che si nasconde dietro questa rappresentazione?

Un messaggio per noi operatori, che vuole metterci in contatto con le pulsioni più distruttive che attraversano la comunità?

L’ingenuo delfino-operatore tenta invano di proteggersi dai pericoli del mare aperto illudendosi di trovare un amico ed un alleato nello squalo.

Anche l’uomo disattento che cade in mare, ove la parola non ha più ascolto ed aiuto, si misura con l’ignoto, l’inconscio, l’incomprensibile violenza della natura.

L’amara verità di questa storia sembra essere rappresentata dallo squalo, che non ricorda amicizia e non trova limite al suo bisogno.

L’azione, che ha avuto per teatro l’intera comunità sembra riproporsi nello spazio interno dello psicodramma.

Dove la parola non ha più potere, la comunicazione si riduce a mera espressione pulsionale.

La restituzione al gruppo curante dei contenuti della seduta e la successiva riflessione, hanno reso più agevole comprendere l’atmosfera emotiva che pervadeva la comunità (sia pure espressa solo da alcuni dei suoi ospiti) e aiutato a percepire la necessità di misurarsi con la paura di ciò che non è previsto e con i rischi della nostra onnipotenza.

Può anche accadere, al contrario, che il gruppo di psicodramma sviluppi una identità ed una capacità di coesione interna tale da permettergli di esprimere e drammatizzare situazioni che rappresentano esplicite indicazioni sullo stato emotivo della comunità e sui bisogni che l’istituzione non coglie. Esempio clinico n.2:

La comunità stava attraversando un periodo di particolare euforia. Per mesi si era lavorato all’organizzazione di una festa estiva che veniva ripristinata dopo alcuni anni. Il programma prevedeva, fra l’altro, la messa in scena, per gli invitati, di uno spettacolo di cabaret, la cui preparazione aveva assorbito molte attenzioni ed energie.

La seduta successiva all’evento produsse questa narrazione.

"In un campo di concentramento i prigionieri sono, guardati a vista dai custodi, in fila diretti ad un forno crematorio.

Un ragazzo si rivolge ad un prete polacco, che portava conforto ai condannati, supplicandolo di aiutarlo.

Per convincerlo spiega di essere un musicista, di avere talento e perciò di meritare la salvezza.

Il prete, sedotto, distrae le guardie tedesche parlando in lingua polacca.

Il ragazzo, ad un cenno del sacerdote, coglie l’attimo per allontanarsi.

Giunto davanti al muro di cinta viene assalito dal panico.

Vede in un angolo una divisa abbandonata, la indossa, si tranquillizza e trova il coraggio di lasciare il campo. Varca l’ingresso, come una guardia qualsiasi.

Le guardie, accorgendosi dell’inganno e della fuga, puniscono il prete, mettendolo in cella di isolamento."

Nel periodo successivo gli ospiti della comunità hanno manifestato un crescente malessere che ha coinvolto anche il gruppo curante.

Il deteriorarsi del clima emotivo della comunità, ha costretto il gruppo ad una rielaborazione depressiva degli avvenimenti del lungo periodo precedente.

A questo ha contribuito, rivisto a posteriori, anche il materiale tratto dall’attività psicodrammatica.

In particolar modo la seguente seduta, sottoposta a supervisione.

La vicenda che abbiamo riportato sembra condensare ed esprimere, prima che ce ne rendessimo conto, il significato delle difficoltà che stavamo attraversando.

Il ragazzo che fugge, valendosi delle sue abilità, ottiene l’aiuto del prete-operatore il quale sembra non cogliere la sofferenza che lo circonda mentre invece si lascia sedurre narcisisticamente dal talento e da ciò che appare.

Gli operatori distratti dal fervore dei progetti tendevano, infatti, a trascurare gli aspetti più esibiti del disagio, in una sorta di euforico permissivismo che dai pazienti era, al contrario, percepito come disattenzione e distanza dalle loro necessità. Di fatto, il campo di concentramento, sembra ben rappresentare il luogo della violenza dell’indifferenza.

Nello psicodramma si giocano quindi vari tipi di transfert, che offrono al terapeuta una tale ricchezza di stimoli e di strumenti di indagine, da permettere almeno due livelli di osservazione e di intervento.

I pazienti come abbiamo visto, possono esprimere aspetti transferali "positivi", con sentimenti di tenerezza, ma anche aspetti "negativi", con ostilità e aggressività, proponendo aspetti parziali di sé, in relazione ad un contesto anch’esso investito transferalmente.

La seduta, riportata nell’esempio n.2, illustra bene questi aspetti dinamici.

Da una parte assistiamo all’evocazione di sentimenti transferali negativi e francamente persecutori, esemplificati dal campo di concentramento e dalle guardie carcerarie.

Dall’altra, la figura del prete raccoglie proiezioni positive, per il rischio che si assume agevolando la fuga del ragazzo. Ma, al tempo stesso, s’insinua il dubbio che la sua disponibilità non sia disinteressata. Che si sia lasciato sedurre, favorendo uno a scapito di altri.

Tutto ciò suggerisce l’idea che, nel "campo" della comunità, gli operatori siano percepiti come personaggi ambivalenti. Non affidabili perché non riconoscibili.

Guardiani indifferenti, incapaci di empatia, o martiri poco avveduti e superficiali? La scena è immersa in clima emotivo plumbeo e mortale, carico di diffidenza e di aggressività che ben rispecchia l’atmosfera di quel periodo.

In termini teorici si potrebbe dire la trama che si costruisce nella seduta rappresenta una narrazione transferale che accoglie sia proiezioni egoiche che pulsionali, ma anche proiezioni superegoiche sollecitate dall’istituzione stessa.

Basti pensare all’intreccio di vicende fantasticate frequentemente sul confronto tra lo smarrimento della diversità, della malattia, e il bisogno di aiuto che spesso è rappresentato dal ricorso all’autorità (forze dell’ordine, magistrati, specialisti, ecc.) cui si delega un potere salvifico e al tempo stesso persecutorio.

Come abbiamo visto se lo psicodramma da un lato agevola l’emersione di affetti aggressivi, dall’altro permette al terapeuta, grazie al supporto contenitivo e riparativo del gruppo, di lavorare su grandi risorse e perciò in relativa tranquillità. La gestione del controtransert, diversamente da quanto si potrebbe pensare, risulta facilitata permettendo al terapeuta il privilegio di vivere esperienze altamente emozionali al tempo stesso in qualità di regista ma anche come spettatore, libero di esercitare la propria capacità critica e riflessiva. Questa peculiarità dello psicodramma ne potenzia ulteriormente le possibilità terapeutiche perché fornisce ai partecipanti un sentimento comune di sicurezza che permette, in gruppi consolidati, di acquisire nel tempo, la certezza che nulla andrà distrutto: né il terapeuta, né sé stessi, né gli affetti che si rappresentano, né la comunità. Come scrive la Corbella "Il terapeuta è nel cerchio insieme agli altri, li vede ed è visto…..è immerso nel clima gruppale e deve saper esserne al contempo dentro e fuori, partecipe e osservatore, coro o spettatore, mantenendosi costantemente all’interno della tensione relazionale" (Corbella 2003)

 

 

Bibliografia

 

Jacob L.Moreno (1946) "Manuale di Psicodramma" Trad.it Ed. Astrolabio 1985

Elena B. Croce "Il volo della farfalla" Ed. Borla 1990

Donata Miglietta "Lo psicodramma e le sue applicazioni. I sentimenti in scena" Utet 1998

Edoardo Razzini "Lo psicodramma psicoanalitico. Manuale per le istituzioni" Raffaello Cortina Editore 2004

Corbella S. "Gioco e gioco di parola nel gruppo analitico" in Areaanalisi VII 12-13, Ed. Dell’Orso, Alessandria 1993

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