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-Il Dipartimento delle Dipendenze tra specificità e trasformazioni-

22-23 Marzo 2007

Sala della Piramide — Genova

 

I lavori hanno inizio con il saluto del direttore sanitario della ASL 3 dott. Mario Fisci che entra nel merito del tema riflettendo sulla necessità che il dipartimento delle dipendenze sia distrettualizzato. Questo implica un cambiamento di atteggiamento nei confronti del servizio innanzitutto da parte di chi lavora nel servizio.

 

"La cura del corpo nelle tossicodipendenze" Coordinatore: dott. R. Urciuoli

" Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina"

Chatwin (intervista pubblica)

Il gruppo di lavoro coordinato dal dott. Urciuoli ha focalizzato l’attenzione sulla cura del corpo del tossicodipendente, intesa sia come tutela sanitaria ma anche come interesse per la fisicità quale tramite relazionale.

Una volta si pensava che la tossicodipendenza avesse una base prevalentemente psichica e che il corpo fosse solo il mezzo per sviluppare istanze non strettamente fisiche. È solo recentemente che è stata compresa (in primis dal personale che si occupa del problema) quanto la dipendenza sia invece organica. L’esplodere dell’AIDS ha mostrato chiaramente l’irreversibiltà delle patologie organiche cui vanno incontro i tossicodipendenti, cambiando radicalmente il panorama terapeutico e concentrando l’interesse sugli aspetti biologici (è su queste basi che ha preso piede l’uso del sostitutivo). Si è sviluppato il concetto di cronicità, che ha reso più strette le relazioni con l’utenza e i legami più vincolanti.

Dott. G. Varagona: "Il punto di vista medico"

Il dott. Varagona, infettivologo, spiega il ruolo dell’Ambulatorio Medico Infettivologico nel contesto del Sert; si tratta di un servizio peculiare proprio per la tipologia dell’utenza. A partire dal 1990, anno di istituzione dei Sert, si è resa sempre più evidente la necessità di monitorare lo stato di salute globale, fisica oltre che psichica, del paziente tossicodipendente. La prevenzione dell’AIDS è diventata una priorità (legge 162: obbligo di diagnosi delle patologie in atto soprattutto se correlate allo stato di tossicodipendenza e legge 135: creazione di nuove figure professionali per la prevenzione dell’HIV). L’Ambulatorio Medico Infettivologico risponde quindi all’esigenza di aderire ad un programma diagnostico e terapeutico in cui è inclusa una serie di indagini diagnostiche per cui si rende essenziale la collaborazione con la medicina generale.

L’obbiettivo per il futuro è quello di creare un osservatorio regionale per le nuove infezioni HIV.

Infermiera professionale signora M. Spina: "Il caring del personale infermieristico"

L’intervento della coordinatrice infermieristica signora M. Spina ha lo scopo di rendere visibile il lavoro del personale infermieristico specializzato del Sert. Il caring implica un contatto molto stretto con il paziente e non vuol dire solo curare ma anche dare sostegno, contenere, anche nel momento della morte. È un compito non solo dell’infermiere ma anche, ovviamente, del medico, dello psicologo e dell’assistente sociale tuttavia ha una valenza del tutto particolare per gli operatori che spendono la maggior parte del loro tempo a diretto contatto dei pazienti, cercando di entrare in relazione con loro con strategie comunicative particolari, prive di pregiudizi, in rapporto alle loro condizioni psicofisiche. Viene inoltre ribadita l’importanza dell’azione rieducativa che è ardua laddove il paziente presenti un habitus mentale consolidato da molto tempo. Il counseling dell’infermiere comprende il supporto dell’utente in una situazione in cui le patologie s’intrecciano ai problemi umani e in cui é necessario sostenere senza dare false rassicurazioni. Questo nuovo profilo di infermiere professionale assume la funzione di vero e proprio educatore sanitario.

Dott.ssa R. Congiu: "Dalla cura del corpo alla costruzione della relazione terapeutica"

Il Sert entra anche in carcere e allora la costruzione di una relazione terapeutica, in un luogo dove la cura è normata e scandita dalla pena, diventa una priorità, come prioritario è mostrare un atteggiamento alieno da pregiudizi che inquadra il paziente semplicemente come un soggetto che chiede aiuto. Il carcere è una tappa frequente nella storia del tossicodipendente e soprattutto la prima carcerazione rappresenta un evento stressante in cui è indispensabile il massimo sostegno emotivo nonché farmacologico. Il primo problema è somatico e ci si trova quindi di fronte ad una sorta di dicotomia soma-psiche, tuttavia consolidando l’alleanza terapeutica si ricostituisce l’unità psicosomatica. Il corpo è anche un mezzo comunicativo, dove i segni, i tagli sulla pelle diventano linguaggio espressivo da interpretare.

Dott.ssa C. Esposito: "Il corpo e il sociale"

Passiamo ora al punto di vista di un’assistente sociale, che spiega come il corpo possa diventare canale preferenziale di espressione nel momento in cui il corpo stesso si ribella alla mente. La socializzazione avviene anche attraverso la cura del corpo (curarsi, lavarsi per poter essere accettati e inseriti). L’operatore sostiene il bimbo nel paziente, anziché ignorarlo come spesso è stato per questi pazienti.

Gli interventi lasciano spazio alle considerazioni del dott. Varagona che ricorda l’attenzione all’aspetto corporeo del soggetto del progetto Smile e del dott. Shiappacasse che sottolinea l’importanza che potrebbero avere iniziative volte ad aumentare la consapevolezza delle sensazioni positive corporee, come nello sport o con tecniche di rilassamento; la dott.ssa Zanoni ricorda il concetto di riduzione del danno che a volte permette di mantenere in vita un soggetto fintanto che non viene formulata una richiesta cosciente di cambiamento e di cura.

Il dott. Urciuoli conclude ricordando quanto sia importante saper interpretare anche i messaggi non consapevoli del paziente, come nel caso di richieste di appuntamenti e di esami clinici; l’operatore è lo specchio da cui parte l’iniziale costruzione dell’immagine ma è sempre difficile competere con gli strumenti di piacere forniti dalle tossicodipendenze.

 

 

"La funzione educativa e riabilitativa " Coordinatore: dott. P. Morello

Il gruppo di lavoro del dott. Morello ha sviluppato le tematiche della funzione educativa e riabilitativa relativamente alle persone, alle famiglie e alla società in continua evoluzione. Il Dipartimento delle dipendenze deve cercare nuovi punti di riferimento comuni e condivisi; le comunità devono trovare la forza per organizzarsi e guardare ai nuovi bisogni. È auspicabile che vi sia integrazione fra i dipartimenti, che si lavori in rete e che l’alleanza sanitaria e sociale porti ad una vera sinergia sul territorio. Il bisogno di rinnovamento è reso evidente in particolare per le fasce d’età fra i 18 e i 25 anni e fra i 25 e i 40 che necessitano di interventi mirati. I primi spesso non hanno consapevolezza di patologia e quindi da parte loro non c’é richiesta d’aiuto. I secondi, oltre ad avere bisogno di stimoli motivazionali possono anche avere particolari esigenze di anonimato.

Dott. G. Schiappacasse: "Essere genitori oggi"

Lavorare con le famiglie è la base dell’intervento di un servizio moderno che vuole ridare potenzialità ai genitori che cercano aiuto per i loro figli. Dare accoglienza, fornire un punto d’ascolto per rivalutare le potenzialità positive dei genitori nei confronti dei figli è il primo passo da compiere per orientare verso una funzione realmente educativa. Rendere partecipi i genitori vuol dire renderli consapevoli dell’impopolarità che devono sapere reggere per avere un ruolo educativo soprattutto nel periodo dello svincolo adolescenziale; infine é bene precisare che qualsiasi cambiamento ha i suoi tempi, che possono variare ma che difficilmente sono inferiori ai due anni.

Gli interventi della Dott.ssa N. Schichter e del Dott. M. Androsiglio portano alla nostra attenzione una serie di riflessioni sul ruolo e sui compiti dell’operatore sociale e dell’operatore sanitario. Attraverso alcuni casi clinici ci s’interroga sulle modalità per far breccia nel sistema creato dal paziente per stare al mondo e che costituiscono l’ostacolo principale all’azione del terapeuta.

 

 

"La Rete" Coordinatore: dott.ssa R. Ridella

" Dovremmo far sentire la nostra voce, gridare, ma non troppo, altrimenti non saremo uditi per la monotonia del nostro grido.

Dovremmo essere silenziosi e sereni, fare progetti, ma non dovremmo essere troppo silenziosi: altrimenti non saremmo uditi affatto."

Da Ben Okri "La tigre nella bocca del diamante "

La Rete dei servizi socio-sanitari connette servizi pubblici e del privato sociale al fine di risolvere problemi emergenti; una rete ben integrata e funzionante cerca di ottimizzare al meglio le risorse.

Dott. R. D’Alessandro: "Dipartimento, sistema o confederazione?"

La risposta non è univoca ma integrata e complessa per la polipatologia, il modello organizzativo per favorire questa risposta é proprio quello del Dipartimento che costituisce un’interfaccia con elementi di unicità come l’ambito territoriale, gli obbiettivi e le strategie comuni; ogni componente fa parte del funzionamento interdipendente. Per D’Alessandro il dipartimento oggi assomiglia più ad una confederazione che ad un sistema; sarebbe auspicabile liberare le energie e le potenzialità di questo meccanismo tramite, ad esempio, analisi e letture multidisciplinari, l’utilizzo di linee guida, la definizione di aree strategiche come nodi di sviluppo e un sistema di comunicazione interno che stimoli anche un aumentato senso di appartenenza.

Dott.ssa M. Patito: "Il collegamento con i distretti sociali"

Questo intervento mette in luce il lavoro comune del Sert e dei Distretti Sociali: la dott.ssa Patito sottolinea la necessità di creare collegamenti tramite lo scambio d’informazioni fra i sistemi ed evitare le fratture, rilevando i bisogni emergenti, dando voce alle nuove esigenze e formulando percorsi di mediazione. Inoltre ritiene che si debba superare la logica dell’assistenzialismo favorendo lo sviluppo della persona ribadendo infine l’importanza della costruzione della rete di solidarietà anche con i gruppi di volontariato.

Dott.ssa A. Lunetta: "Tossicodipendenze e psichiatria"

La dott.ssa A. Lunetta approfondisce gli aspetti psichiatrici del lavoro svolto al Sert.

Si può dire che la rete psichiatrica sia intra e ed extra dipartimentale; il terapeuta tenta di mettere in atto scambi relazionali significativi con i tossicodipendenti e cerca d’instaurare vere relazioni di cura. A tal fine il terapeuta deve svolgere una funzione di contenimento di bisogni e di vissuti cercando di fornire esperienze correttive.

Si è modificato il modello psicodinamico delle dipendenze che sosteneva l’ipotesi dell’impulso autoaggressivo a favore di un modello di adattamento e difesa e d’incapacità di prendersi cura di sé. L’obbiettivo deve essere quello di costruire relazioni oggettuali positive e costruttive: l’incapacità di prendersi cura di sé, di regolare gli affetti, di controllare gli impulsi, un’autostima insufficiente e comportamenti abnormi e distruttivi sono tutti elementi che mostrano la necessità di essere contenuti, di poter fare affidamento su qualcuno, come può avvenire in un contesto privilegiato come il Sert.

Molti degli utenti del Sert hanno patologie psichiatriche gravi; vanno incontro a ricoveri e si configurano casi di doppia diagnosi che richiedono un lavoro d’integrazione di competenze, di possibilità e di risorse. È l’unità funzionale di doppia diagnosi che svolge questa funzione integrativa del lavoro di psichiatri e assistenti sociali e che sviluppa aspetti epidemiologici e di ricerca oltre a costituire un canale di comunicazione con l’esterno. Tuttavia è inevitabile segnalare i problemi di ordine culturale che ostacolano questo lavoro: in primis la convizione che si possa curare la tossicodipendenza oppure la patologia psichiatrica, convinzione che però non consente di curare la persona nella sua interezza.

Vista la necessità di ottimizzare le risorse, la dott.ssa Lunetta conclude suggerendo alcune modalità d’intervento come prevedere percorsi terapeutici personalizzati sulla base della diagnosi psichiatrica (per es. disturbo borderline e antisociale di personalità) e programmi riabilitativi ad hoc.

Il Sert resta comunque un punto nevralgico della rete, al centro del coordinamento e del monitoraggio; nel 2004 è stato prodotto un documento ufficiale recante linee guida e il piano attuativo del Dipartimento delle Dipendenze.

Dott. R. Fresta: "Connessioni o disconnessioni sul territorio?

Il dott Fresta ripercorre la storia dei servizi per le tossicodipendenze, a partire dal centro di via Cesarea negli anni ’70, le comunità degli anni ’80, la nascita del Sert nel 1994 e il Dipartimento delle Dipendenze nel 2001. Esaminando la situazione delle reti sul territorio, si domanda se siano prevalenti le connessioni o le disconnessioni e, fra le criticità, rileva in particolare l’assenza di pezzi di rete, gli eccessivi individualismi e l’attenzione a suo avviso eccessivamente rivolta verso gli aspetti sanitari. Propone quindi la creazione di un luogo d’incontro dove si possa sviluppare un intervento tanto sanitario quanto sociale. Per quanto riguarda la rete informale, secondo Fresta la scuola dovrebbe esserne il fulcro.

 

 

"Il pensiero preventivo" Coordinatore: dott.ssa M.G. Zanone

" Chi non conosce la storia è destinato a ripeterla "

George Santayana

Il pensiero preventivo è il pensiero in continuo divenire degli operatori che permea tutte le attività alla luce dei cambiamenti sociali, culturali, politici, economici e scientifici dagli anni ’70 ad oggi. Esso riguarda i giovani, le famiglie, i nuovi accessi come i pazienti storici, la clinica quotidiana e la riduzione del danno e deve essere scevro da intrusioni ideologiche che allontanano da criteri scientifici. La dott.ssa Zanone si sofferma a commentare alcune acquisizioni chiave degli ultimi tempi: il concetto di guarigione non prevede una dicotomia "fra farsi e non farsi" piuttosto la necessità di addomesticare la sofferenza rendendola accettabile, il superamento del dibattito sulla figura del tossicodipendente (da eroinomane a poliabuso di sostanze legali e non), l’importanza del tempo, grande alleato della guarigione. Infine, se si considera la definizione di salute dell’OMS, il tossicodipendente è sicuramente un malato, ma bisogna notare che non tutti i consumi di sostanze illecite sono patologici.

Dott. M.G. Roccatagliata: "La scuola e l’area della prevenzione primaria"

"La prova del successo nell’educazione non è ciò che un ragazzo sa dopo l’esame lasciando la scuola ma quello che fa dieci anni dopo"

Baden Powell, taccuino Agosto 1922

La scuola, pur dovendo costituire uno strumento privilegiato di prevenzione, si ritrova spesso impedita nella sua azione: troppe volte risulta difficile individuare precocemente i comportamenti a rischio ed eventuali problemi che sono alla base delle condotte d’abuso cosi come difficile è l’interazione con le famiglie cui dovrebbe invece andare un sostegno diretto. Ancora una volta s’intravede la soluzione a questa situazione poco incoraggiante nella sinergia delle risorse e degli interventi, anche attraverso un piano nazionale/locale che integri pubblico, privato sociale, volontariato e scuola.

Dott.ssa M. Repetto: "Il pensiero preventivo senza limite"

L’attenzione è subito rivolta agli utenti cosiddetti storici e a quelli che si credevano "a posto" e che invece ritornano; il curante non deve lasciarsi scoraggiare da queste situazioni ma mantenere sempre aperto uno spazio progettuale per sviluppare anche microprogetti, ossia dare la possibilità in qualsiasi momento di fare ancora qualcosa. Alla base c’è l’idea diversa del tempo e la necessità di procedere per piccoli passi.

Dott. A. Lanza: "La prevenzione del malessere dell’operatore e altri aspetti del pensiero preventivo"

Il pensiero preventivo è rivolto anche all’operatore che troppo spesso, frustrato dalla mancanza di risultati perde la motivazione: come mostrano i dati presentati dal dott. Lanza 58 operatori del Sert dal ’94 hanno lasciato il loro incarico. La morte dell’onnipotenza terapeutica e la caduta delle illusioni portano il curante alla ricerca di un nemico: l’utente? L’ente? L’equipe? I colleghi o io stesso?

La soluzione non è univoca dal momento che ci si trova di fronte ad una serie di dicotomie apparentemente inconciliabili: procedura/emozioni, costo/budget, costo emotivo/budget emotivo, regole/disponibilità; il compromesso non dovrebbe avere valenza negativa ma al contrario di progetto concordato insieme per qualcuno o qualcosa. Dal punto di vista pratico viene suggerito il mantenimento di altri spazi oltre quello all’interno del servizio e il tutoraggio dei nuovi operatori.

 

 

"La metodologia dell’intervento nell’area penale interna ed esterna" Coordinatore: Dott.ssa E. Ducci

Le normative L.230/99 e DPR 309/90 hanno stimolato i Servizi per le tossicodipendenze pubblici e privati a definire per il tossicodipendente detenuto una metodologia d’intervento che preveda il diritto alla continuità assistenziale al momento dell’ingresso in carcere ma anche un continuum terapeutico dopo le dismissioni dall’istituto. Vengono quindi presentate le attività del Sert nelle strutture penitenziarie.

Infermiera professionale signora S. Di Folco: "L’attività del Sert nelle strutture penitenziarie"

Dal 1996 il Sert è anche a Marassi e riveste ogni giorno un ruolo di primaria importanza nell’instaurare una relazione d’aiuto con il detenuto tossicodipendente. Al personale infermieristico professionale spetta l’immediata presa in carico del paziente nel momento del suo ingresso, la registrazione, i primi esami come lo stick urinario e la vaccinazione anti-HBV. L’infermiere professionale ha dunque un ruolo centrale nella corretta applicazione di procedure diagnostiche e terapeutiche, al fine di aumentare la qualità del servizio offerto all’utenza.

Dott. E. Paradiso (criminologo): "Quale trattamento psico-riabilitativo nell’area penale interna?"

Il carcere è un luogo di paradossi tra logiche e culture diverse: di punizione, di cura, di assistenza. È importante comprendere la dialettica del carcere, ma è difficile farsi carico di questi problemi dalla forte valenza emotiva. Parliamo di malattia? Di disagio intrapsichico o intrasociale? Sono termini polivalenti, da considerare attentamente per ideare un percorso di risocializzazione.

In carcere la comunicazione con i detenuti presenta forti implicazioni personali dal momento che viene enfatizzata la differenza prigionieri / liberi. È dunque possibile un aggancio psicoterapeutico del detenuto tossicodipendente? Spesso il carcere induce il tossicodipendente a crearsi un suo personaggio per poter sopravvivere all’interno di un sistema.

Il dott. Paradiso si sofferma inoltre sugli aspetti giuridici, sociali, psicologici ed educativo-terapeutici relativi al passaggio dal carcere al territorio, sottolineando la necessità d’integrazione tra servizi interni al sistema carcere e la realtà esterna. È quindi essenziale presidiare le connessioni tra interventi interni agli istituti di pena e le organizzazioni che si occupano della cura dei tossicodipendenti sul territorio.

 

Dott. Gaspari: "Un caso di buona prassi"

L’assistente sociale Gaspari lamenta la difficoltà nell’effettuare un percorso di formazione in carcere. La reclusione sembra avere solo funzione punitiva, anzi, favorisce la devianza indotta secondaria, ossia crea o rafforza un’immagine deviante difficilissima da eradicare. Dovrebbe essere possibile proporre un cammino diverso fatto di osservazione e orientamento per favorire poi l’inserimento nel mondo del lavoro, ed evitare così il fenomeno porta girevole.

Dott. M. Androsiglio: "L’esperienza del privato sociale nel trattamento dei tossicodipendenti detenuti e in alternativa alla pena"

Con le nuove indicazioni legislative un numero sempre maggiore di persone richiedono d’intraprendere un percorso comunitario. La sfida consiste nel permettere al soggetto di accedere ad una propria interrogazione soggettiva scevra da un semplice tornaconto immediato valutando invece le responsabilità delle scelte di vita che hanno condotto alla dipendenza e alla detenzione.

Sostituendo il dott. Ferrari, il dott. Fresta presenta l’esperienza del Centro di Solidarietà di Genova nel lavoro con il carcere di Marassi. Il CSG si occupa di favorire l’accesso alle misure alternative da parte della popolazione di detenuti tossicodipendenti. Oggi l’attuale definizione legislativa vede intrecciarsi una serie di leggi, decreti e provvedimenti che rendono difficile la formulazione di programmi riabilitativi. È importante valutare a fondo la motivazione del detenuto che si accinge a intraprendere un percorso, sia per evitare che la riabilitazione venga intesa solo come un tentativo per uscire ma anche per non fare accumulare fallimenti che pesano nella storia di una persona qualora questa non sia ancora pronta a cambiare.

Dott.ssa E. Ducci "I percorsi possibili in alternativa all’ingresso in carcere: il progetto La cura vale la pena"

Nell’ottica del superamento in tempi brevi del periodo di detenzione per il tossicodipendente e per tutelare la salute dello stesso si ritiene necessario proporre la costituzione di un tavolo di lavoro tra Dipartimento delle Dipendenze - UEPE e Magistratura di Sorveglianza finalizzato alla definizione di una buona prassi (ad esempio attestazioni stato tossicodipendenza- certificazioni programma terapeutico) nonché consentire ai tossicodipendenti processati per direttissima l’utilizzo degli arresti domiciliari presso la propria abitazione o in comunità terapeutica essendo definito dal Sert un programma di cura ad avvio immediato e di seguito la possibilità di espiare la pena senza la detenzione in carcere (Progetto La Cura Vale la Pena)

 

 

Dott. A. Lanza: "I numeri nel Dipartimento delle Dipendenze"

1 DIPARTIMENTO

2 DIVERSE REALTA’ (ASL E PRIVATO SOCIALE)

3 UNITA’ OPERATIVE

4 ENTI

5 MACROTIPOLOGIE D’UTENZA

6 ZONE DISTRETTUALI (+ 2 CASE CIRCONDARIALI)

7 TIPOLOGIE DI PERCORSO/ STRUTTURA

8 RESPONSABILI DEL COMITATO DIPARTIMENTO

9 SEDI SERT

10 SEDI STRUTTURE ACCREDITATE

778.000 abitanti, 1056.33 Kmq, 40 comuni, 54 Km di estensione costiera.

6915 utenti Sert; del personale fanno parte 139 operatori dipendente dall’azienda e 88 del privato sociale. È chiaro ci sarebbe bisogno di più operatori poiché l’utenza del Sert è numerosa. Nel 1997 (ricerca condotta da G. Flego) il Sert risultava intercettare dal 55 al 75% degli eroinomani. In Liguria ci sono elevati valori di domanda potenziale, più elevati della media nazionale e attualmente viene intercettato il 59-69% della domanda potenziale. Il numero dei tossicodipendenti da oppiacei è diminuito in percentuale dal 2000 al 2006, tuttavia i numeri assoluti restano uguali poiché sono aumentati gli utenti alcooldipendenti, dipendenti da cocaina e da cannabis.

È aumentata l’età media dei pazienti, ma giungono al Sert anche pazienti più giovani di una volta, forse perché c’è maggior prevenzione a scuola (si fa molta prevenzione, aggiunge Lanza, tuttavia è un’area difficilmente misurabile) e forse il servizio è culturalmente più accettato; questi utenti più giovani giungono al servizio dopo uno o due anni di utilizzo della sostanza.

Il concetto della riduzione del danno non è da sottovalutare poiché nel tempo ha dato risultati essendo diminuito il numero delle morti per overdose.

Il dott.Lanza conclude il suo intervento rimarcando l’importanza dei gruppi di auto-aiuto con i quali è proficua la collaborazione, e delle famiglie.

 

 

Nella tavola rotonda "Le specificità del lavoro con le dipendenze" (Coordinatore dott. M. Coletti Comitato Scientifico min. Solidarietà Sociale) vengono commentate le tematiche oggetto di discussione nelle tavole rotonde precedenti. (E. Ducci, P. Morello, R. Ridella, R. Urciuoli, M.G. Zanone)

Il Prof. L. Ferrannini si chiede cosa sia oggi la dipendenza, se prevalga la componente corporea o mentale; in realtà tutti i fenomeni mentali sono anche biologici per cui bisogna superare il dualismo corpo/mente. Il tema del corpo al Sert riguarda tutti gli operatori non solo gli infettivologi; è necessario un lavoro preventivo sul corpo, deve esserci un diritto alla cura ma con assunzione di responsabilità da parte del paziente. Per quanto riguarda la funzione educativa e riabilitativa è importante la definizione di priorità, ci si domanda però quanto si possa governare la trasformazione. La rete deve offrire la possibilità di confronto con l’altro per chi lavora a contatto con le fragilità del mentale; la costruzione e la valorizzazione di reti primarie di salute mentale consentirebbe di identificare persone a rischio per patologia prima che questa diventi conclamata. La prevenzione è un patto collettivo e sociale, per gli operatori deve essere mirata ad esempio con progetti specifici per determinati fattori di rischio (es. i disturbi dell’asse II possono evolvere in disturbi d’abuso). Attenzione infine alla scissione fra diagnosi, cura e riabilitazione; tre componenti diverse fra cui è doveroso trovare il giusto equilibrio.

Il dott. Gallo (comune di Genova), e la dott.ssa Bertolotto (assessore amministrazione provinciale) discutono gli aspetti più strettamente amministrativi della questione.

Il dott. P.G. Semboloni (direttore del Dipartimento Dipendenze ASL 3) fa un quadro storico della situazione genovese a partire dal centro di via Cesarea fino ad oggi, momento in cui bisogna mantenere alto il livello di guardia verso le sostanze cosiddette soft proposte affinché siano più accessibile e popolari, ossia per sdoganare l’uso di sostanze.

Il convegno si avvia alla conclusione con l’ultima tavola rotonda: "Trasformazioni e modelli organizzativi. Quale futuro?" coordinata dal dott. G. Vaccari (Commissione Consultiva sulle dipendenze Ministero della salute); Discussants: dott. P. Veardo (Assessore alla Città Solidale ) dott. M. Fisci (Direttore Sanitario ASL 3) dott. E. Costa (Presidente Centro Solidarietà di Genova), Don Martini (Presidente Consorzio Cometa Spezia).

Di fronte ad una situazione di generale malcontento la sfida per il futuro è quella di affrontare un fenomeno in trasformazione, a partire dal cambiamento dell’utenza. Oggi il Sert può essere più facilmente accettato nelle città, perché la sua presenza non più così eclatante come un tempo. Non è pensabile affidarsi ad un’unica specialità sanitaria per affrontare il problema ma è indispensabile un lavoro d’equipe poiché l’uso compulsivo di una sostanza è un quadro molto complesso da analizzare.

 

A cura di Isabella D’Orta

isabella.dorta@gmail.com

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