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COGNITIVISMO E PSICOANALISI

di Aristide Tronconi

"Attualmente c'è una certa convergenza tra i clinici che hanno avuto una formazione psicoanalitica e quelli i cui interessi riguardano principalmente le tecniche cognitivo comportamentali. Mentre questi ultimi vanno sempre più interessandosi ai processi non coscienti e all'impatto della relazione terapeutica, gli psicoanalisti si interessano alla natura delle rappresentazioni della conoscenza e al significato di fattori cognitivi che potrebbero render conto del lento progresso in psicoterapia (A. Roth e P. Fonagy, 1997).

Mi occuperò oggi di cognitivismo e di psicoanalisi soprattutto nel loro versante applicativo e più precisamente quello clinico. Mi soffermerò sia sui rimandi teorici dei due modelli sia sugli obiettivi e sulle tecniche che il terapeuta dei due orientamenti prende in considerazione quando si deve occupare di un paziente.

I punti di congiunzione che ho trovato non sono pochi e riguardano gli aspetti emotivo-affettivi della persona e come essi entrano in gioco nella relazione terapeutica, il funzionamento inconscio della mente, l'importanza del periodo infantile, l'uso dei sogni durante il trattamento, la formazione dello psicoterapeuta. Per motivi di tempo vi parlerò solo del primo.

Una precisazione mi sento tuttavia di dover fare prima di inizare: di quale cognitivismo e di quale psicoanalisi ho scelto di parlarvi. A proposito del primo, Mahoney (1991) riconosce l'esistenza di una ventina circa di approcci psicoterapici come sufficientemente indipendenti gli uni dagli altri. Ho basato allora la mia scelta sul modello di cognitivismo e di psicoanalisi oggi più conosciuto, e forse anche più diffuso, almeno in Italia.

"Nel 1972 veniva fondata a Roma, con sede presso l'Istituto di clinica psichiatrica diretta dal Prof. G. Reda, la Società italiana di terapia del comportamento. Due anni dopo, nel 1974, in occasione del Congresso di Londra della European Association of Behavior Therapy, la Sitc era ammessa a questa prestigiosa associazione europea. In occasione del primo Congresso nazionale del giugno del 1981 venivano apportate una serie di modifiche allo statuto e la denominazione diventava quella attuale: Società italiana di terapia comportamentale e cognitiva. Questo cambiamento nasceva dalla consapevolezza da parte di molti soci di un'evoluzione scientifica verso un approccio cognitivo" (S. Bianco, V.F. Guidano, M.A. Reda, 1990).

Così è nato il cognitivismo clinico in Italia: come un'evoluzione del comportamentismo.

"Per quanto riguarda la nostra personale evoluzione, in una prima fase scientifica e clinica, i principi del corpus dottrinale della behavior therapy (Bandura 1969) sembravano soddisfare la dimensione metodologica che andavamo cercando, in quanto ci mettevano a disposizione metodi di osservazione e rilevazione dei dati clinici e di intervento terapeutico alternativi a quelli psicoanalitici o, in genere, a quelli tradizionalmente in uso negli ambienti accademici. Ci rivolgevamo all'individuo in termini di principi dell'apprendimento classico e operante, e consideravamo il comportamentismo umano alla stregua di un congegno di precisione regolato, passo dopo passo, dal gioco delle contingenze che le azioni acquistavano con l'ambiente circostante.

Nonostante avessimo in breve tempo dei miglioramenti, ad un certo punto cominciammo ad avvertire uno spiacevole senso di discrepanza allorchè tentavamo, usando la medesima impostazione teorica, di arrivare ad una spiegazione esauriente di quanto si era avuto modo di osservare durante la terapia. Inoltre, spesso, appariva chiaro che il miglioramento prodottosi era il risultato di atteggiamenti terapeutici non intenzionali o, comunque, non direttamente connessi con la strategia che si stava portando avanti; avevamo la sensazione di operare con modalità che non conoscevamo, su meccanismi cruciali del paziente che non eravamo in grado di descrivere. Mettendo a fuoco il nostro disagio dovuto alla discrepanza fra i risultati ottenuti e il limitato potere esplicativo dei principi dell'apprendimento, diventava sempre più chiaro che attività cognitive quali le aspettative, la memoria, il pensiero, ecc... dovevano svolgere un ruolo cruciale nel mediare la risposta comportamentale allo stimolo ambientale" (S. Bianco, V.F. Guidano, M.A. Reda, 1990).

Oggi accade di trovare in letteratura, ma anche nei seminari di studio, la dizione "cognitivo-comportamentale". Occorre tener presente che l'approccio esclusivamente comportamentale non è del tutto scomparso, anche se ritenuto dai più superato. L'approccio cognitivo si è suddiviso in razionalista e costruttivista (Mahoney 1991).

"La visione razionalista si basa sul realismo, cioè sull'assunto che esista un'unica e stabile realtà esterna... La visione costruttivista abbandona invece l'idea che esista un'unica realtà, a favore di un relativismo che ammette l'esistenza di tante realtà quante sono le costruzioni individuali e collettive di ordinamento dell'esperienza...Gli psicoterapeuti razionalisti considerano i problemi del paziente come deficit o come correlati emozionali di disfunzioni causate da cognizioni irrazionali e irrealistiche da correggere. Il ruolo del terapeuta è quindi quello di dare al paziente istruzioni e indicazioni tecniche, cercando di vincere le resistenze, che costituiscono un ostacolo al cambiamento... Per gli psicoterapeuti costruttivisti l'esplorazione dei significati personali, delle esperienze emozionali e delle modalità di relazione interpersonale all'interno di una relazione sicura, sollecita e intensa, quale dovrebbe essere quella psicoterapeutica, rappresenta il più importante strumento di cambiamento" (G. Chiari e M.L. Nuzzo, 1996).

Per quanto riguarda la psicoanalisi essa

"fu così denominata da Freud fin dal 1896. Nel 1923 la definì nel triplice contemporaneo aspetto di metodo investigativo dei processi psichici altrimenti inacessibili, di cura mediante di esso dei disturbi mentali e di insieme dei concetti generali sul funzionamento mentale, atti a formare una disciplina scientifica specifica, acquisiti tramite questo metodo...

Come è ben noto l'Istituzione psicoanalitica nasce ufficialmente nel 1910 con la costituzione dell'Ipa al Congresso di Norimberga. Già nel 1908 era stata progettata, ma già un embrione di istituzionalizzazione si può ravvisare nelle riuinioni del gruppo del mercoledì. L'organizzazione dell'Ipa e delle Società nazionali componenti, di cui la costituzione di quella italiana risale al 1932 e il suo accoglimento nell'Ipa al 1935, è stata affiancata in anni recenti dal sorgere di raggruppamenti regionali quali la Federazione europea di psicoanalisi" (G. Hautmann, 1990).

Non mi soffermerò a spiegare quali siano i postulati della psicoanalisi classica, così come non mi sono fermato a parlare di Pavlov, di Skinner, di Eysenck o di Wolpe per quanto riguarda il comportamentismo. Questi due modelli erano quelli che, fino alla seconda metà degli anni sessanta, avevano il predominio negli Stati Uniti. Oggi, come si sa, non è più così: il comportamentismo ha fortemente risentito della rivoluzione cognitiva, come la psicoanalisi ideata da Freud è andata incontro a grosse trasformazioni.

Parlando di cognitivismo mi riferirò allora a quegli autori che si riconoscono o che appartengono alla Sitcc; parlando di psicoanalisi mi riferirò a quegli autori che si riconoscono o che appartengono alle Società psicoanalitiche riconosciute dall'Ipa.

Iniziamo col cognitivismo. La differenza più evidente con il comportamentismo è che il principale oggetto di studio di quest'ultimo è il comportamento, mentre per il primo sono gli stati o processi mentali (M. Reda, G. Liotti, F. Mancini, 1988 ).

La mente secondo i cognitivisti produce essenzialmente cognizioni ed emozioni. Inizialmente le cognizioni erano ritenute primarie e le emozioni secondarie, successivamente, soprattutto ad opera dei costruttivisti, le emozioni vennero ritenute processi primari di conoscenza e di sviluppo (G. Chiari, M.L. Nuzzo, 1996), riconoscendo che la separazione tra queste due modalità di funzionamento è un'ipersemplificazione di scarso valore euristico, priva di credibilità (A. Roth, P. Fonagy, 1997).

Va da sé che la prassi clinica dovette tener conto di queste asserzioni di base. Infatti nel secondo capitolo del Manuale di psicoterapia cognitiva, dedicato al terapeuta cognitivo, B. Bara (1996) scrive:

"Considereremo come psicoterapia un'integrazione di cognizioni ed emozioni, rivolta all'obiettivo di raggiungere e mantenere un consapevole equilibrio dinamico, e ottenuta grazie alla relazione fra terapeuta e paziente..

Gran parte del cambiamento interno consiste in quella che possiamo chiamare accettazione di sé, che ancora una volta coinvolge sia la sfera cognitiva che quella emotiva. Il paziente tende a vivere la parte di sé sofferente, o malata, come una sorta di orrore da dimenticare, o di nemico da eliminare, possibilmente in modo definitivo... Si tratta di riuscire a cogliere come ogni nostro aspetto ci appartenga, ogni nostro diverso Sé sia costitutivo della nostra persona, al di là della sua attuale adeguatezza...

Un terapeuta troppo desideroso di guarire gli altri può penalizzare i pazienti che insistono nel loro star male, perché non migliorano in modo corrispondente ai suoi sforzi e alle sue aspettative. Così facendo li priva della possibilità di vivere un affetto incondizionato, esperienza di infinito valore umano che i figli sempre donano ai genitori, e i genitori solo talvolta concedono ai figli: ti amo al di là di quel che fai, solo per quel che sei. Per un paziente è prezioso sentire che il suo terapeuta non lo allontana, colpevolizzandosi e colpevolizzandolo, se la sua sofferenza perdura o peggiora, ma gli permette invece di essere com'è. Una buona psicoterapia comporta piena accettazione dell'altro nell'interezza della sua persona...

Va sottolineato il fatto che l'organizzazione del paziente si è strutturata intorno a eventi in primo luogo emotivi, quali sono le condizioni di attaccamento-accudimento in cui si è trovato a vivere. Perché tali strutture emozionali profonde e antiche possano modificarsi, la persona deve trovarsi in una situazione di mobilizzazione emotiva... Un ragionevole livello di indefinitezza della figura del terapeuta permette al paziente di esprimere più compiutamente i propri schemi, sia quelli irrigiditi dalla nevrosi che quelli man mano più elastici della guarigione... Il paziente può così attribuire al terapeuta credenze ed emozioni caratteristiche di un ruolo usuale all'interno di un proprio gioco... Al paziente è quindi consentito essere aggressivo o seduttivo, ma il terapeuta non può mai lasciarsi andare a simili aperture emotive. Un eccellente strumento è ancora una volta l'interpretazione relazionale, che permette di non prendere alla lettera aggressioni o seduzioni, ma di rileggerle come aventi un altro significato, relativo ai ruoli giocati... C'è una fatica emotiva caratteristica, e consiste nell'entrare in relazione genuina con ciascun paziente, ogni volta esponendo se stesso a un contatto che si può rivelare improvvisamente doloroso... Una certa quantità di fatica psichica è comunque indissolubile dall'essere terapeuta: eliminandola si elimina la qualità profonda di una psicoterapia".

Proseguendo ora con la psicoanalisi, mi sembra che i progressi fatti, in quasi cento anni di esperienze cliniche e di dibattiti scientifici, non siano poi così conosciuti. Non avendo cambiato denominazione com'è accaduto per il comportamentismo, può accadere, ai non esperti, che continuino a pensarla come sempre uguale a se stessa.

S. Bolognini, in un articolo apparso su "Il sole - 24 ore" porta, a titolo di esempio, il sogno.

"E' curioso constatare - scrive - come a un secolo dalla stesura dell'Interpretazione dei sogni, l'opera freudiana più nota presso il pubblico colto, i progressi della psicoanalisi in questo campo siano in realtà ignoti ai più: al punto che eccellenti divulgatori e persino esperti di scienze adiacenti si esprimano spesso sulla psicoanalisi in materia di sogno, basandosi soltanto sulla conoscenza dello scritto di Freud"

Che cosa allora è cambiato nella concezione teorica di buona parte della psicoanalisi odierna? Sicuramente l'idea che gli istinti siano alla base della motivazione umana e che gli affetti siano secondari, ossia da essi derivati (A. Modell, 1984; A. Cooper, 1990).

La neurobiologia contemporanea ha mostrato che Freud pose le cose all'inverso, nel senso che non vi è prova scientifica dell'esistenza di istinti unitari o che gli istinti siano categorie biologiche. Si stanno invece accumulando prove che gli affetti possono essere ritenuti come categorie biologiche perché possono essere differenziati secondo le proprie vie nervose.

"La recente ricerca neurobiologica che usa tecniche non invasive su soggetti umani, come la risonanza magnetica funzionale, ha prodotto dati che indicano che tali affetti come la rabbia, la paura e il piacere possono essere differenziati in base alle loro vie nervose separate. Per esempio è stato recentemente mostrato che l'amigdala è specificamente attivata nei soggetti umani come risposta alla visione di facce spaventate. La neurobiologia sta ora confermando ciò che lo psicologo S. Tomkins intuì, che gli affetti e non gli istinti o le pulsioni sono la principale fonte della motivazione umana" (A. Modell, 1997)

"La biologia alla quale la psicoanalisi si è originariamente ispirata era deterministica e riduzionistica, orientata dal traguardo della semplicità. La psicobiologia evolutiva di oggi è invece orientata dalla crescente complessità organizzata. Man mano che si sviluppa, l'organismo utilizza capacità intrinseche ed estrinseche, diventando più complesso: il piccolo umano è creativo ed esplorativo sin dalla nascita e non appare quindi diretto soltanto dalla scarica pulsionale" (S. Bordi, 1977)

All'epoca sia la psicoanalisi che il comportamentismo, ma in genere tutta la psicologia accademica, ruotava attorno alla visione del bambino come unità passiva che forniva risposta agli stimoli provenienti o dall'ambiente o dall'istinto. Lo stato naturale dell'organismo umano sembrava, secondo i modelli di allora, essere quello della quiete (R. Emde e J. Robinson, 1979).

Un esempio chiarificatore può esserci dato dal neonato che viene disturbato mentre dorme dallo stimolo della fame. A livello psicologico tale stimolo si rappresenta come pulsione orale che tende sia alla scarica, attraverso il pianto, sia al soddisfacimento, con il ricevere il latte dalla madre. Una volta pianto e una volta bevuto il latte, il bimbo ritorna allo stimolo di quiete originario e può quindi riprendere a dormire.

"Questo modello di eliminazione degli stimoli è oggi completamente superato per tante ragioni, tra l'altro si è visto che il sistema nervoso centrale è alla continua ricerca di stimoli provenienti dal mondo esterno e dal mondo interno. Persino quando la madre è intenta a calmare il bambino, il semplice tirarlo su dalla culla e appoggiarlo sulla spalla è tutt'altro che una diminuzione di stimoli perché l'operazione comporta un aumento dell'input: stimoli vestibolari, propriocettivi diretti e indiretti, oltre una grande stimolazione dell'attenzione visiva...

La complessità delle interazioni madre-bambino sin dai primi stadi di sviluppo sta infatti evidenziando che la mamma non si limita a offrire ricompensa soddisfacendo i bisogni di fame, sete, calore e conforto. Prima si sottolineavano soprattutto questi momenti perché la psicologia aveva una concezione della ricompensa che era basata sulla riduzione degli stimoli. In realtà è vero il contrario, i genitori offrono ricompense ai loro bambini dando loro degli stimoli, incoraggiando la capacità di esplorare e aumentando in ogni modo le occasioni di apprendimento... Le ricompense che derivano da sequenze interattive sono reciproche, nel senso che è più probabile che un bambino che ha avuto una ricompensa dal genitore riesca a sua volta a restituirla. E' osservazione comune il fatto che se un genitore viene gratificato da un sorriso, è più probabile che si impegni nel mantenimento dell'interazione e dell'accudimento..." (S. Muscetta, 1990)

 

La ricaduta clinica più vistosa, consequenziale alla rivisitazione teorica a cui ho brevemente accennato, è la posizione che l'analista assume oggi nel processo di cura. Si parla sempre più di concezione diadica della situazione analitica dove analista e paziente sono dipendenti e indipendenti l'un dall'altro (H. Thomae e H. Kaechele, 1990).

L'intersoggettività della situazione terapeutica diventa la base del processo analitico deputato al cambiamento, conformemente a quanto succede in natura, tra madre e bambino, fin dai primi momenti di vita.

La psicologia sperimentale (T. Bower, 1974; D. Stern 1985; A. Sameroff e R. Emde, 1989) ha dimostrato che il bambino nasce come essere sociale con la capacità di distinguere sé dall'altro, così come avevano intuito alcuni analisti post-freudiani (M. Klein, 1932; W. Fairbairn, 1952; D. Winnicott, 1965).

Se a questo dato aggiungiamo quello precedente per cui gli affetti sono unità primarie portatrici di significato, ne risulta che la capacità di risonanza dell'analista può svilupparsi più liberamente perché rispondere non equivale a gratificare (H. Thomae e H. Kaechele, 1990).

Questi cambiamenti teorici si può dire abbiano favorito nella clinica uno spostamento da una visuale esclusivamente intrapsichica e internalistica della mente a una comprendente anche quella relazionale ed esternalistica (M. Cavell, 1991; S. Bordi, 1997).

"Gli psicoanalisti sono oggi assi diversi da quello stereotipo un po' caricaturale che li voleva inesorabilmente silenti dietro il paziente, salvo manifestarsi in maniera oracolare per elargire l'oro analitico dell'interpretazione... L'analista di oggi non è più soltanto un investigatore o un archeologo... ma una figura più complessa che accompagna il paziente nella regressione prima, e nella ricostituzione di sé poi, condividendo parzialmente da vicino e da dentro le sue vicissitudini" (S. Bolognini, 1998).

"L'analista di oggi è portato piuttosto a ritenersi un compartecipante attivo, un coadiutore di una storia, costruita sulla matrice relazionale" (S. Bordi, 1977).

"Oggi si può affermare con sufficiente certezza che una relazione analitica è fondata sugli affetti transferali e controtransferali... L'amore, il desiderio di protezione, la rabbia, la delusione, l'odio, sono tutti affetti che strutturano la relazione e condizionano le fasi di sviluppo, prima fra tutti quella dell'organizzazione del pensiero. Su questa base diventa chiara l'importanza degli affetti in analisi" (M. Mancia, 1990).

Mi sembra di aver portato abbastanza materiale per poter affermare che cognitivisti e psicoanalisti la pensano un po' allo stesso modo sull'aspetto emotivo-affettivo della persona e su quanto esso entri in causa nella relazione tra terapeuta e paziente. Vorrei allora concludere riportando il parere di un cognitivista.

"L'idea di strutture cognitive profonde deputate a organizzare, anticipare e rappresentare l'esperienza interpersonale non è, certamente, esclusiva della psicoterapia cognitiva. E' nella teoria freudiana del transfert che troviamo espressa per la prima volta questa concezione... Con il superamento e il rifiuto della metapsicologia, è stato l'aspetto cognitivo della teoria freudiana che è andato affermandosi, rendendo praticamente indistinguibile, su un piano concettuale, il contributo di autori di area psicodinamica da quello di autori di area cognitivista... La convergenza tra orientamento psicodinamico e orientamento cognitivista non si realizza solamente sul concetto di strutture prototipiche predittive dell'andamento relazionale, ma entrambi evidenziano come tali strutture includano una componente affettiva ed esperienziale... Una conseguenza di queste considerazioni è l'alta probabilità che, in ogni relazione terapeutica, il terapeuta sia sottoposto a una pressione emotiva che lo spinge verso una riproposizione dei cicli interpersonali disadattivi del paziente... Diversi autori cognitivisti (Greenberg e Safran 1987; Liotti 1994; Safran e Segal 1990; Semerari 1991) hanno insistito sulla necessità di monitorare i propri stati emotivi, nonché le fantasie e i pensieri automatici diretti verso i pazienti. Lo scopo di tale raccomandazione non è solo quello di evitare che i terapeuti rimangano imprigionati nei propri personali schemi di significato, ma anche e soprattutto quello di utilizzare le proprie reazioni come informazioni di ciò che sta accadendo al paziente e alla relazione...Come nell'esperienza quotidiana, così nella pratica clinica, gli aspetti emotivi e cognitivi si influenzano costantemente in interazione reciproca" (A. Semerari, 1996).

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